
Casalino, che successo. In giro i ragazzi scimmiottano le gag del suo “Mirko con la kappa”.
«Me lo dicono in tanti, ma non ha ancora avuto la percezione dell’impatto del personaggio sul pubblico. A Milano non mi ferma nessuno per dirmelo e a Genova è successo solo con un paio di ragazzini, dicevano “è lui, è lui” e poi rimanevano lì, pietrificati. Ma è anche vero che non giro poi molto, dal lunedì al mercoledì vado a Milano, qui sto spesso in casa per via delle scadenze di scrittura».
Solita riservatezza genovese. Come nasce Mirko?
«Più che nascere sorge, nel senso che, a differenza del surreale brasiliano Giginho, è uno stereotipo di certa gioventù moderna senza farne per questo uno spaccato della società; non ha ambizioni in tal senso. E’ una macchietta attuale, lo riscontro dal feedback del pubblico, degli amici. Mi dicono: “sembro io” oppure “sembra mio figlio” o “cavolo, è mio fratello, sputato identico”».
Un flash sul trend generazionale in chiave ironica.
«I ventenni odierni hanno amplificato i vizi che avevamo iniziato ad avere noi nati a cavallo tra i ’60 e i 70. Sono nati in una società di vizi, comunicazioni e libertà estremizzati. Mirko è grunge, ha un certo esistenzialismo di comodo. Avevo comprato una parrucca bionda, un giorno immetto allo specchio in cerca di ispirazione, me la metto, mi guardo e penso: “Uhm, assomiglio a Kurt Cobain dei Nirvana”. Poi prendo la chitarra e noto che sono pure mancino come lui. Allora inizio a imitarlo, faccio le pose da svogliato, mastico il chewingum a bocca aperta, avevo pure una maglia a righe. Insomma, l’ho italianizzato ed è venuto fuori Mirko. E lo chiamato così perché la mia fidanzata quando mi ha visto non ha riconosciuto Kurt Cobain, ma Mirko quello dei Bee Hive, sa quello dei cartoni animati Licia dolce Licia. Vabbè».
E i suoi ventanni?
«Ah, io non stavo fermo un attimo. Studiavo giurisprudenza, facevo il cantautore».
A 24 anni era stato segnalato dal Premio Tenco come miglior artista esordiente.
«C’eravamo io, i La Crus e un altro che non ricordo. Secondo me erano disperati, non ne avevano altri, mi hanno usato come messa in mostra».
Fece pure un disco per la Polygram, Come un angelo. Andò in tournée in Sudamerica. Si era buttato seriamente nell’impresa.
«Nel ’96, è vero. Nella mia vita precedente ero un seriosissimo cantautore con vent’anni di ritardo rispetto ai grandi cantautori. Adesso sono diventato più “giovane dentro”, meno serioso e borioso di prima».
Però coi Cavalli Marci già alternava la musica alla risata.
«Forse sono schizofrenico, ho sempre scritto canzoni sia da ridere sia da piangere, ed ero come spregato dalla figura del cantautore impegnato, innamorato pazzo della canzone d’autore. Qualche mia canzone l’ho pure piazzata, qua e là, vedi Cristiano De Andre».
Ma non ha fatto l’avvocato, come il suo amico e collega Balbontin.
«Come no. Dopo la laurea in Giurisprudenza feci il tour in Sudamerica, ma andò male e fuggii per un po’ negli Usa. Tornai e feci il praticante in tribunale ma alla fine non ho dato il concorso finale, alla fine dei conti sia coi Cavalli Marci che con Bulldozer e Colorado Cafè riuscivo a vivere di comicità. Certo, mi aspettavo una lettera dal Foro pregandomi di tornare ma ciò non è capitato».
Meglio una risata dei tribunali.
«Pensi che Giginho nacque mentre studiavo per dare l’esame di Diritto privato. La televisione mandava in onda il Carnevale di Rio, con tutte quelle natiche in evidenza, quella festa, e io in casa a studiare. Quella sera stessa scrissi Samba du Privau, canzone su un brasiliano che si perde il Carnevale proprio per studiare, dall’incedere brasileiro-zeneise. E venne fuori Giginho. E il suo motto: “Ama il prossimo tuo come Pelè”».
Profetico, quasi un alter-ego. E Mario Biondi? Sembra davvero lui.
“Ah, lì è colpa della mia ragazza, lo imito per garbata gelosia. Lei, che non è di facili emozioni, è andata a sentirlo lo scorso anno al GoaBoa e ne è rimasta affascinata. Mi dice, entusiasta: “Sai tesoro, a un certo punto si è tolto la giacca per il caldo e ha chiesto scusa al pubblico. Capisci? È un signore!”. E io, a rosicare. Così ho provato a imitarlo, è stato un bell’esperimento, imitarlo “fisicamente”. Era la prima volta che mi cimentavo in una cosa del genere. Ma Biondi mi ha chiamato, io gli ho fatto “sha-la-la” al telefono, si e messo subito a ridere».
Se non piaceva, la Gialappa’s non l’avrebbe chiamata, esigente com’è.
«Mandai loro i primi video sulla “vita segreta” di Biondi che avevo girato a casa. È andata bene, desideravo lavorare con loro sin dagli esordi. E poi ci sono anche dei carnei di Balbontin e Ceccon, gli speleologi. Spero che si possa fare presto qualcosa tutti e tre insieme anche qui».
Si è messo a cantare con le Voci Atroci.
«Come si fa a non amarli? È il gruppo più originale e divertente che abbia mai sentito, non finirò mai di ringraziare Ceccon per questo. Sono bravi, competenti e non hanno quel “presumin” tipico dei gruppi “a cappella”. Per fortuna hanno ripreso l’attività live».
Progetti futuri?
“Fermarmi un attimo e farmi un bel viaggetto. Poi tornare, crescere come artista e impadronirmi di nuovi mezzi e nuovi modi per far ridere, anche pensare. Mi è piaciuto il progetto nei teatri con l’assessore Bozzano, ha segnato lanostraprima partecipazione a livello istituzionale ligure».
Tutto roseo, insomma.
«Tranne che faccio avanti e indietro col treno e sto sperimentando la decadenza delle ferrovie. Dovrò riprendere a guidare l’auto, sono due anni che non lo faccio perché mi sono reso conto che è un accumulatore di paranoie, salgo sopra e cambio di umore. E ciò mi spiace molto perché viaggiare in treno coi bagagli è l’unica forma di sport che pratico e tengo alla largala “pancetta”. Se inizio a usare la macchina è finita».
LUCIA MARCHIÒ
La Repubblica-Genova, 27 aprile 2008
Fabrizio usa chitarre Traveler
Le Posso Assicurare che Sta avendo un Grande Impatto, io ho 15 anni e sono di bergamo!
Ormai a scuola lo imitano tutti!
Complimenti!