Non sopporto il mugugno. (frase autoreferenziale)
Per questo mi sono sempre rifiutato di scrivere delle ferrovie. Rifiutato a me stesso, si badi, non certo ad una redazione qualunque ansiosa di pubblicare i miei taglienti corsivi…
Ma questa volta desidero lasciarmi andare.
Sono anni che prendo il treno, con sempre maggiore imbarazzo. Mi imbarazza lo stato in cui si trovano i treni, i loro costanti ritardi, la decadenza verticale di un servizio un tempo umano e oggi grottesco. Sì perché alla precipitazione del servizio è corrisposto un innalzamento dell’ impegno necessario da parte del viaggiatore: oggi prendere un treno è come prendere un aereo, con tanto di prenotazione del posto! Un posto che generalmente è occupato e ti costringe a sloggiare confuse vecchiette contro ogni buonsenso.
Fare il biglietto è diventata una impresa kafkiana.
Ultimamente mi trovavo nella stazione della mia città, che versa in condizioni pietose.
E’ il caso di dire “versa”, perché le piogge incessanti ne hanno fatto una fognazza lasciata al degrado più disdicevole. Giunti sul binario sotterraneo è impossibile obliterare, poiché l’obliteratrice nel migliore dei casi non va, oppure è stata asportata. Impossibile avere qualunque informazione: i pannelli su cui dovrebbero apparire le indicazioni dei treni in arrivo sono stramorti da almeno un decennio. Da quando cioè, sarà stata inserita al passivo la spesa necessaria per metterli lì e dimenticarli. Soli rimasti a funzionare i grossi monitor pubblicitari, di recente installazione. Quelli sì, plasmatici, e pieni di cose utili: una favola di cioccolato e auto scintillanti, donne bellissime e telefoni cellulari tutti intorno a te.
Su di un cartello campeggia la scritta “questa stazione è pulita e tenuta nel decoro da…” una ditta che immagino si occupi del reinserimento dei serial killer, visto lo stato di squallido abbandono in cui tutto è sospeso.
Che schifo.
Che mestizia.
Ma la cosa che in assoluto mi fa incazzare di più è la voce campionata che flebilmente elargisce perle di saggezza. Da un altoparlante nascosto chissà dove, una voce femminile in assenza di treni in arrivo perché cancellati va dicendo: “SI RAMMENTA AI SIGNORI VIAGGIATORI….” Ecco, lì perdo il controllo.
Ormai ho capito che nell’ Italia attuale non c’è rispetto per chi usa il treno. Ma non posso accettare che mentre mi si tratta come un capo di bestiame qualcuno “mi rammenti” qualcosa. Rammentare è un verbo aulico. Si rammentano i versi di Catullo. Mi fa venire in mente Leopardi che rammenta “le morte stagioni, e la presente e viva e il suon di lei”, e l’ultima cosa che sono disposto a fare fra una bestemmia e l’altra è rammentare i bei tempi in cui quelli come me erano “i signori viaggiatori”.
Digressione:
I telefoni tutto intorno a te mi fanno pensare a uno nudo circondato da minacciosi telefoni.
Questo mi fa pensare a coloro che finiscono al pronto soccorso con oggetti strani nel retto. Rammento di aver conosciuto uno che lavorava al pronto soccorso, mi ha raccontato che un tizio è arrivato con la proverbiale carota nel culo.
Senza che nessuno gli chiedesse ragione del suo stato, il malcapitato ha detto ” stavo cucinando, sono caduto.”
E’ vero che la maggior parte degli incidenti domestici avviene in cucina, ma il personale ospedaliero ha accolto questa versione con unanime scetticismo.
Orbene, immagino uno che arriva al pronto soccorso con un cellulare nel culo, e si giustifica dicendo “io sono caduto! erano tutto intorno a me!” Mi domando se questa spiegazione avrebbe maggior successo.
Propongo ai signori viaggiatori di uscire di casa con un telecomando universale.
Suggerisco, mentre si aspetta il treno che non arriva, di rammentare il tasto rosso sul telecomando, e puntandolo verso il monitor al plasma, civilmente spegnere.