Serve Beppe, eccellente sergente, per tenere chete ste tre tedesche perverse. Tre esse esse sceme: le tette belle, pregne d’essenze, eteree, perfette: elette dee delle steppe.
Else nel veder Beppe fece: “Ecce Beppe!”
E Beppe che fece? Se ne stette, cedette.
Fece: “Beh. Che etére ste tedesche, belle stelle!” E se le ebbe.
Beppe nel vederle fece: “Ezzere ebree?”
E quelle: “Ebree? Tetesche! Ecché ebree, ezzere tetesche. te-te-sche! E te che ezzere?”
E Beppe: “Ezzere leccese! Ezzere Beppe!”
E quelle: “Beppe? E perché Beppe vedere tedesche ebree?”
E Beppe: “Serene, serene! Perché le ebree e le tedesche essere belle!”
E le tre sceme: “Beh!”
E se le fece: le prese, le rese ebbre e se le stese nelle secche del leccese, ‘ste tre sceme.
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