
Gino Paoli in camerino, di edi55 da Flickr – Creative Commons
La casa incredibile me la aspettavo.
Gino Paoli ci riceve nello studio, vasto e pieno di luce. Sessantasette anni portati con la calma del grande maestro, lo sguardo saggio e vivace. Ci mostra i suoi ulivi, i bonsai, la terrazza sul mare. Parla con piacere, anche dopo l’intervista, degli anni d’oro di Genova, delle mille storie di quei quattro ragazzi che, quasi per scherzo, sono diventati famosi in tutto il mondo partendo da qui. Alla fine, quando guarda l’orologio, sono passate tre ore senza che ce ne accorgessimo.
Cosa ne pensa del G8 e delle migliorie apportate alla città?
Lo dico subito: sto dalla parte del popolo di Seattle. Sono contrario alla globalizzazione, che in fondo è un fatto economico e favorisce chi i soldi li ha già. Inizialmente credevo il G8 avesse una impostazione diversa, mi avevano detto che anche gli antiG8 sarebbero stati ascoltati, e mi sembrava un atto civile. Avrei dovuto fare uno spettacolo al Carlo Felice, la presentazione di un progetto destinato a girare il mondo fino al 2004, facendo conoscere Genova. Il progetto è ancora in piedi, la presentazione al Carlo Felice non si farà.
Avevo dei dubbi se esibirmi o meno per il vertice, ma sono convinto che un cantante non deve guardare in faccia a nessuno, ha una posizione sua, e la manifesta con la propria opera, con quello che scrive… Lo spettacolo lo avrei fatto perché era un ottimo progetto per Genova, e spero si farà in futuro. Sul G8 sono contro.
Per quanto riguarda i lavori, sì, indubbiamente ci sono dei miglioramenti, ma non è che si può “esser buoni solo a Natale”, se capisci cosa intendo…
Nei giorni del vertice cosa farà?
Vivo con mia moglie e con due dei miei figli: me ne andrò da qualche parte: già adesso ci sono enormi disagi, la città è già mezza blindata.
Le premesse perché scoppi qualche guaio mi sembrano ideali: l’occasione è ghiotta per chiunque voglia compiere gesti folli. Inoltre accentuare la repressione è il modo migliore per eccitare il desiderio di trasgredire.
E degli antiG8 che idea si è fatto?
Mi sembrano civili, pacifici. Poi come tutti i movimenti hanno il problema degli infiltrati, quelli che sono magari solo tre o quattro ma vanno in giro a spaccare le vetrine. E i pacifisti, gli altri, prendono le botte.
Sono dalla loro parte, ma non manifesterò: quando danno le bastonate non stanno a guardare chi è, chi non è…
Gli antiG8 non sono stupidi e useranno il vertice come “palcoscenico” per far sentire le proprie ragioni, e spero servirà, spero che qualcuno le ascolti, ma sono scettico.
Sarò impopolare ma mi viene in mente una canzone di De Gregori “la storia siamo noi”. Da un po’ di tempo mi verrebbe da scriverne una io, intitolata “la storia non siamo noi. La storia sono Loro”. Con la elle maiuscola.
Al di là del G8, in generale, stiamo vivendo una crisi, causata dal profitto. Tutto ha finito per soccombere alla logica del guadagno, la gente non conta molto, o si disinteressa, preferisce guadagnare.
Una volta ho conosciuto un contadino che ha venduto la terra su cui stavano costruendo la centrale nucleare di Montalto di Castro. Gli ho chiesto “ma come mai lo hai fatto?” e lui “mi hanno pagato.” Sì ma ai tuoi figli, ai tuoi nipoti, non ci pensi?” Come vedi, ha vinto il profitto. Ed è terribile.
Sono d’accordo con Benigni, quando ha detto “ricordatevi che questo pianeta non lo abbiamo ricevuto in eredità dai nostri padri, ma in prestito dai nostri figli”. È una grande verità. Io sono meno lirico: per me basterebbe seguire le indicazioni nelle toilette degli autogrill: “lasciate questo posto come vorreste trovarlo”.
Lei crede ad un rilancio turistico della città?
Sì, in effetti a Genova soffia un’aria nuova. Ci sono iniziative, e la gente comincia ad assecondarle, soprattutto i giovani. Segni di rinnovamento che mi sarei aspettato di vedere già dopo le Colombiane, un po’ come a Lisbona, rinata dopo l’Expo.
Ma ci sono due problemi da superare: primo la sindrome del mugugno, il “se pueiva fa megiu”. Ma le cose vanno prima di tutto fatte! E, secondo, la mentalità genovese, il cui criterio è sempre stato “perché lui sì e io no?”. Questi due difetti si ripercuotono sul miglioramento, che non ha vita facile. Vediamo se l’aria nuova continua a tirare, le premesse ci sono.
Quando dice “aria nuova” ha in mente qualcuno in particolare?
Non vorrei citare sempre Arnaldo Bagnasco… Ma è un buon esempio; ha una visione più ampia, un’ottica non provinciale, direi mondiale. Mi ha colpito la mostra “El siglo de los Genoveses”, che al di là del pregio estetico lanciava un chiaro messaggio: “siete stati grandi e potreste tornarlo”.
Parlando di musica, lei è uno dei grandi della canzone, facendo il punto della situazione come se la passa la canzone italiana oggi?
Negli anni Sessanta, io, De André, Tenco, Lauzi, tutti quelli della cosiddetta “scuola genovese”, eravamo solo una compagnia di amici.
Nessuno di noi era un professionista, ma forse proprio per questo cambiammo il modo di fare canzoni: capimmo di poter usare la canzone come forma efficace di espressione.
Era una forma d’arte nuova: dopo cinquant’anni di letargo abbiamo aperto una strada, e per un po’ la canzone è diventata un mezzo nuovo, con cui porre le nostre domande, domande non sempre “piacevoli”.
Poi è arrivato, anche qui, il business.
Oggi si scrive per soddisfare i gusti del pubblico. Il mondo della musica è diventato business come quello del calcio o del ciclismo. Pensa a Lucio Dalla, lui ha fatto cinque dischi prima di avere successo. Oggi o vai in classifica con il primo, o sparisci per sempre. E le case discografiche producono quasi solo fenomeni imitativi, la musica di oggi è una imitazione continua. Aggiungi l’autocelebrazione dei maggiori cantautori e il quadro è completo… Resta ben poco.
È che in questo meccanismo, essere artisti è quasi impossibile. L’artista è un ribelle, secondo me. Si deve ribellare al sistema, deve sentirsi libero dai condizionamenti.
E’ come un gatto, un animale capace -all’interno delle regole- di vivere libero, mentre gli altri si addomesticano. Per l’artista vero il fatto di piacere è un incidente, non può essere uno scopo. Oggi la prima domanda che mi fanno è “come si fa ad avere successo?” Così se prima l’artista, il ribelle veniva isolato, adesso viene confezionato e venduto…
La differenza fra ieri e oggi, nel mondo dello spettacolo, è che allora un disegnatore poteva fare la caricatura di un artista, oggi un personaggio è già caricatura di se stesso.
E non c’è una canzone o un artista che l’ha stupita, di recente?
Devo dire che il livello medio è molto più alto di prima, ma ho delle difficoltà a ricordare qualcosa che mi abbia stupito. Spesso vedo delle potenzialità. Spesso mi viene da dire “questo prima o poi scriverà qualcosa di straordinario”, oppure “vedrai questo qui dove arriva” e poi me lo ritrovo prodotto.
L’ultima ad avermi colpito per la sua bravura è Elisa, l’ho vista in televisione quattro anni fa e mi è subito piaciuta, per il talento, quello lo vedi subito. Mi piace anche per come la pensa. Adesso, dopo Sanremo, è anche lei dappertutto, manca solo di trovarsela dal tabacchino. Ma spero che regga, che non si faccia abbindolare e continui a crescere. Penso che ce la farà perché è nata “bisiacca”, friulana, è una testa dura, come me.
Anche se ricorda sempre di essere nato a Monfalcone, lei, diversamente da quasi tutti quelli della sua “compagnia”, da questa città non se ne è mai andato. Come mai?
Già. Come mai? Perché anche quando non avevo una lira ho sempre avuto bisogno di una finestra. E la finestra non può avere tende, perché io devo poter guardare il mare.
E poi perché la amo, Genova, e la odio. Sono convinto che non sia possibile amare veramente senza odiare anche un po’… Così di Genova odio il mugugno, ma amo la sua gelosia per le cose belle che sa creare.
Ti faccio un esempio: se a Milano cerchi un liutaio, puoi contare sul fatto che il liutaio abbia una insegna, per far capire chiaramente che lì c’è un negozio di liuteria. Da noi no. Da noi devi chiamare un tuo amico chitarrista, che ti prende, ti porta per i meandri di questa città “semi intestinale”, fino ad un recanto nascosto, introvabile. E’ così per tutto.
Genova è il contrario di Roma.
Roma è come donna con tutte le sue belle cose in mostra.
Genova è come una donna araba dietro ad un velo, la devi scoprire, non è facile.
Genova è tre cose: gli ulivi, i gatti e il mare. I gatti, secondo me, sono nati qui.

1 risposta finora ↓
Mr. Bean // luglio 20, 2009 a 11:11 am |
Genova demenziale … suo malgrado!
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