
Immagine di hugovk da Flickr – Creative Commons
Il presente frammento, trovato per caso da un camionista che con il suo mezzo ha sfondato per errore le antiche mura di un monastero benedettino, ha portato lo scompiglio fra gli studiosi quando, dopo attento esame, è stato unanimemente attribuito al grande Poeta. Il componimento, in cui non è difficile scorgere tracce di quanto più tardi Dante avrebbe sviluppato nella Comedia, ritrae l’amplesso di un non meglio noto Tano e di una donzella “che di milizie e bordelli avea sapienza”. Da qui l’annosa diatriba di chi vuol riconoscere nella smaliziata Cerere una giovane Beatrice.
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Dissegli con ardor, et ei mostrolle.
[...]
Quivi la bella, che d’accampamenti,
Di milizie e bordelli avea sapienza
Sì come di stallieri e pur d’armenti
Visto avea tutto e avea data accoglienza,
Quivi ristette, e scolorolle il viso.
[...]
Qual da pietroso picco al ciel si spinge
L’eburnea del tiranno torre oscura
Che ad ogne pellegrin lo cor si stringe
Al rimirarla sì erta et grande et dura,
Così di Tano il nerboruto arnese
La bella intimorò per sua misura.
Poi che sconforto al suo bel cor s’apprese,
Vergognosa guatando il fiero usbergo,
Domandolli con proferir cortese:
- Fra le mie grazie va trovar albergo? -
Ei non rispuose ma fra coscia e coscia
Glielo pignea, e cintala da tergo
Con baldanza trombolla alquanto e poscia,
Senza por tempo in mezzo né far motto,
Con belluino ardor tutta la scroscia
Con attacchi da manca, sopra e sotto.
Quanti gridi d’amor, quali favelle
Della sua bocca usciro -Deh, che botto!-
Gritava nei sospir -Costui mi svelle!-
Tano quei lai udendo a la gioconda
Fronte di lei s’accinge, e tra le belle
Labbra vermiglie sua virtù s’affonda
E n’entra e n’esce come fa in burrasca
Entro l’angusto approdo il flutto e l’onda.
Ella stupisce e qual gufo su frasca
Strabuzza i lumi per la maraviglia
Di poi che lassa in su l’alcova accasca.
Come lo cavaller tolta la briglia
In ver la pugna suo destrier conduce
E con motti di guerra lo consiglia
Quasi la bestia al dir si fia più truce,
Così fe’ Tano e l’enfie poppe tange
Pago di brama e con pietosa vuce
- Non aver tema – dice – a che tu piange?
Parti codesto amor un sagrifizio? -
E lei – Messer, d’ogne gran duol mi frange
L’aspro mentòre di cotanto uffizio! -
Compassion il cor di Tano affrena
E per fugar di Cerere il supplizio
Ei s’unge la protuberanza oscena
Di cui la bella dicesi assai grata
- Non già di posa, ma di minor pena. -
Ah meretrici! Che per l’anni bui
Dell’empio Bacco foste le vestali!
Cantica non fu mai scritta per vui,
Sol nelle voci d’ebbri saturnali,
È la sgraziata ode che v’incensa
Muse d’alti poeti e generali
[...]
è un periodo in cui sto, con piacere, tornando a leggere e “studiare” la divina commedia…devo dire che queste terzine non le avevo ancora trovate…che canto è?
eheh…devo dire seriamente…complimenti!
mi piacerebbe assistere ad un tuo spettacolo…qualcosa bolle in pentola a milano?
complimenti!