Sogno del 22 aprile 2002, il signor Mamouche

...avvolta negli sbuffi bianchi della ciminiera...

Immagine di neonwilderness da Flickr – Creative Commons

Nel sogno mi trovo in Francia, lungo la Costa Azzurra, cammino con uno zaino sulla spalla seguendo la vecchia ferrovia in disuso.
Spesso nei miei sogni ci sono veicoli e navi, ma difficilmente portano da qualche parte: o meglio, portano sempre da qualche parte ma il punto di arrivo corrisponde raramente alla destinazione originale.
Ad un tratto, mentre da molto tempo cammino inseguendo i miei pensieri, sul vecchio binario arriva frenando un treno a vapore.
Dalla maestosa locomotiva, avvolta negli sbuffi bianchi della ciminiera, spunta un signore alto e di nobile aspetto vestito di grigio con il cappello da fuochista e lunghi baffi bianchi, che mi nota.
- Che mi venga un colpo! – dice, o qualcosa del genere, – hai voglia di camminare! Siamo a settanta miglia dalla prima città, ragazzo mio. Sarà meglio che approfitti del nostro treno! – E così mi trovo a bordo.
In carrozza, faccio la conoscenza del signor Mamouche. Pare sia francese, anche se nulla nel suo aspetto lo lascia sospettare, e neppure l’accento. E’ davvero il nobile da romanzo, pieno di sapidi aneddoti di viaggio, di un contegno e portamento assai signorile, gli manca giusto il monocolo. Ma nonostante tutta la sua coerenza, una parte di me continua a sentire in lui una vena folle, del tutto irrazionale, visto che si muove su di un treno a vapore sul binario morto di una antica ferrovia.
Mi racconta che viaggia da sempre, che nel viaggio è l’essenza prima della vita. E’ proprio un personaggio ottocentesco e si dilunga, ma senza mai annoiare, sulle proprie idee, racconta questo e quello, dà l’impressione di essere una persona trasparente e determinata nel perseguire il suo obiettivo eccentrico, girare il mondo su di un vecchio treno a vapore. – Ma non si sente mai solo? – Gli domando.
- Solo? – fa – E come potrei, diamine, ho con me la piccola Amelie! Oh che sbadato, non gliela ho ancora presentata! E adesso come faccio? Andrà su tutte le furie… – ma sorride e mi accompagna alla carrozza principale dove conosco la giovane Amelie, sua compagna di viaggio e nipote. Amelie è bionda e molto bella, avrà dieci anni e sta seduta ad un tavolo nella carrozza principale, gioca e legge, nel complesso credo si annoi un po’, ma segue il nonno per i binari della Francia e del mondo, come se fosse una missione. È molto felice di vedermi; non capita spesso che Mamouche lasci salire qualcuno sul treno (a quanto pare si tratta di raro privilegio) e mi sorride, mi parla del viaggio, del nonno, degli altri suoi parenti che non vede da un po’. Frattanto Mamouche passa indaffarato avanti e indietro per la carrozza, a quanto pare il treno si guida da solo. Gioco con Amelie, le parlo. Le confesso che – nonostante il signor Mamouche sia un uomo evidentemente ricco e raccomandabile, e per questo avrà in massima cura la sua educazione – ho il timore che lei sia un po’ troppo giovane per seguire a tempo pieno suo nonno in giro per il mondo. Forse Amelie, una bambina, avrebbe bisogno di un posto sicuro, con dei punti di riferimento, una scuola, una cerchia di amici. Dico tutto questo mascherando il mio vero sentire: ho la sensazione che lei si stia annoiando, che tutto questo viaggiare l’abbia stancata, facendole perdere in così tenera età il gusto dell’avventura.
Ma non è così. Amelie mi prende per mano e mi porta a visitare il resto del treno, che neanche a farlo apposta è molto liberty, pieno di tappezzeria a fiori e applique di ottone con paralumi ricamanti con vedute di Versailles e simili, qua e là sono appoggiati i mille souvenir collezionati dal signor Mamouche, esotici e impersonali. Attraversando il treno mi trovo a riflettere su quanto Mamouche ami il proprio viaggio. Mi viene in mente il suo viso, i favoriti decisi. Me lo immagino al mattino. Sicuramente si alza all’alba, e se li impomata davanti allo specchio mentre il treno ondeggia lievemente. Poi si mette il berretto da fuochista, e la giornata comincia solo quando mette la testa fuori dalla garitta della locomotiva e guarda con gli occhi socchiusi il prossimo orizzonte.
Che personaggio.

Ma mi sono distratto. E Amelie mi ha portato in una altra stanza. Stona con il resto del treno perché è piena di polvere, dominata dal grigio e dall’odore di chiuso. Cerco di capire dove sono. Amelie non mi aiuta, vuole che veda con i miei occhi. Resta sulla soglia della stanza mentre io mi muovo al suo interno. La stanza è piena di fogli grigi. Mi chino e ne raccolgo alcuni. Sono buste grigio scuro di carta pesante. E’ una stanza piena di lettere. Migliaia di lettere, tutte con lo stesso indirizzo. O meglio con lo stesso destinatario. L’indirizzo infatti cambia sempre. Una volta è “Stazione di Nantes, binario 7″ l’altra è “Quarantaduesimo cavalcavia dopo la cava di ghiaia”, e così via, con luoghi sempre più improbabili. Altre volte l’indirizzo è scritto in lingue che non conosco. Solo il destinatario è lo stesso; su tutte le buste, infatti, in svolazzanti lettere ottocentesche, scritto con una stilografica dal pennino largo, c’è sempre lo stesso nome: Monsieur Attanasius Mamouche.
Guardo Amelie, come a chiedere il permesso di leggerne una. Lei annuisce in silenzio. Mi ha portato qui per questo. Così ne prendo una e la apro. Tiro fuori il foglio di pesante carta grigio fango, piegato in tre, e lo distendo. Con la stessa calligrafia ottocentesca, al centro della pagina c’è scritto “Ti ho trovato. Sto venendo a prenderti.” E sotto la firma “Krezner”.
Ne apro un’altra. “Ingegnoso. Ma non abbastanza. Arrivo domani mattina, Krezner”. Tutte le lettere dicono la stessa cosa: Krenzer ha trovato Mamouche. Osservo le buste: alcune sono chiuse, ancora sigillate con cera lacca arancione. Mamouche non le ha neanche aperte. Me lo immagino mentre dà vapore al treno e butta la busta nella stanza con le altre. Certe sono accartocciate o strappate, come se le avesse lette con rabbia. Magari quella volta si era fermato in un luogo dove si illudeva che Krezner non lo avrebbe trovato. Capisco che Mamouche è un uomo in fuga, da questo fantomatico persecutore, che non lo raggiunge, ma ogni volta lo scova e lo costringe a partire di nuovo.
Amelie mi dice – Il dottor Krezner sta inseguendo il nonno. – E non aggiunge altro, ma ora sul suo visino c’è una espressione triste, ma come sollevata. Amelie è contenta di avermi confidato il suo segreto.

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