fabrizio casalino * notizie, pensieri e parole

Vita e morte di Esposito Salvatore

Napoli

Immagine di .eti da Flickr – Creative Commons

Esposito Salvatore nasce a Napoli nel quartiere Sanità. Già nei primi anni di vita sviluppa quello straniamento tipico degli artisti. Viene subito emarginato dai compagni di scuola perché invece di chiamarsi Salvatore Esposito come la maggior parte di loro, lui si chiama Esposito di nome e Salvatore di cognome.

La cosa non costituirebbe una ragione sufficiente per emarginarlo, se non fosse che il Salvatore non perde occasione per precisare ossessivamente questa circostanza che, a suo dire, fa di lui una persona speciale, destinata a distinguersi dalla massa.

Del medesimo avviso è il corpo insegnante della sua scuola, che lo segnala all’ospedale psichiatrico di Secondigliano poiché durante le lezioni canta a squarciagola le canzoni di Aurelio Fierro.

A quattordici anni, abbandonati gli studi senza aver conseguito la quinta elementare, il Salvatore va a lavorare nella pizzeria “Mergellina” di suo zio, Salvo Salvatore. Qui trascorre cinque anni facendo le pizze, cantando a squarciagola le canzoni di Aurelio Fierro. Al termine del quinto anno lo zio Salvo si toglie la vita in un complesso agguato di camorra architettato da lui medesimo.

Colpito dal lutto, Esposito decide di votarsi alla musica e diventare cantante di bancarella. Sfortunatamente la sua conoscenza della musica è nulla, e per registrare le proprie canzoni acquista un micro registratore a mini cassette.

Con questo registra se stesso mentre canta senza accompagnamento nel bagno (locale scelto per il riverbero naturale delle piastrelle).

Sprovvisto della possibilità di duplicare i nastri, è costretto a ricantare per intero l’ellepì ad ogni copia, con una sola pausa fra il lato a e il lato b, quando gira la cassetta.

Nasce così il suo primo album, dal titolo niente affatto scontato di Napule. Tributo alla sua città natale, imbevuto della più stucchevole retorica passional-meridionale strappa core.

Provato dalla registrazione di 300 cassette, il Salvatore sicuro del successo imminente, acquista un gessato grigio ed un Borsalino e attende l’arrivo della stampa.

Ma Napule è destinato ad una partenza in sordina: il Salvatore è talmente sicuro della propria grandezza che non si dà neanche pena di scrivere il titolo dell’album sulle etichette, è convinto che sarà la gente a cercarlo: nel suo ideale romantico la bellezza dei suoi pezzi scatenerà una vera caccia all’uomo, mossa da un consenso universale.

Per questo non si abbassa a conversare con i proprietari delle bancarelle, i quali, allo scuro di tutto, mettono in vendita le sue anonime micro cassette come nastri vergini a metà prezzo.

Una politica di promozione basata sul non detto, fa sì che le vendite stentino a decollare. Pochissimi napoletani dispongono di un micro registratore a cassette, e solo due copie di Napule vengono vendute. Una ad uno studente universitario che il giorno dopo vi registrerà sopra una lezione di diritto fallimentare, l’altra ad un bambino incuriosito dalla micro cassetta, che è forse l’unico acquirente di Napule che a tutt’oggi possa dirsi soddisfatto dell’acquisto, anche perché sprovvisto di un microregistratore non ne ha ascoltato il contenuto, ma si è divertito a srotolare il nastro con gli amici lungo la scalinata del Monastero Santa Chiara.

Tre settimane dopo l’uscita di Napule sulle bancarelle, un Salvatore visibilmente offeso porta il gessato in tintoria. Il fatto che del disco nessuno parli può dipendere secondo lui solo da un complotto ordito ai suoi danni da forze oscure. Deciso a smascherare la congiura, Esposito si traveste da persona qualunque e raggiunge le bancarelle per indagare de visu.

Chiede una cassetta di Esposito Salvatore, gli danno una cassetta di tale Salvatore Esposito, detto “o Carreras di Torre del Greco”. Esposito perde le staffe, fa una piazzata orribile, aggredisce il venditore ambulante che insiste nel dire “Esposito Salvatore nisciuno l’ha mai sentito”.

Tratto in arresto, conosce in cella un marocchino venditore abusivo di cd.

Capisce che il micro registratore non basta, si reca in uno studio del Vomero e qui registra a squarciagola il suo secondo lavoro per voce sola, con il titolo suggestivo di Napule Napule.

Sulla copertina campeggia una veduta del capoluogo campano sormontato dal Vesuvio. L’album è un tributo alla sua città natale, imbevuto della più stucchevole retorica meridional campanilistica. Ai consigli del fonico che suggerisce l’accompagnamento almeno di una chitarra, il Salvatore ribatte sdegnato che la voce è tutto.

Il disco esce sulle bancarelle, ma sfortunatamente il suo nome viene riportato con il cognome per primo “Salvatore Esposito” e vende qualche copia, ma solo perché attribuito per errore al suddetto Carreras di torre del Greco, il quale, in una indimenticabile puntata del talk show Parlamm’ ‘e Napule co’ gente ‘e Napule in onda su Tele Napule, scatena una camurria senza precedenti, al termine della quale chiede pubblicamente scusa al suo pubblico affermando di essere vittima di una burla.

Ignorato ancora una volta dalla stampa, il Salvatore comincia a covare un sordo risentimento verso la città, risentimento destinato a sfociare nel suo terzo lavoro Napule Struonza, struggente tributo alla sua città natale, imbevuto della più deteriore retorica campanilistica, cui si unisce una lacerante invettiva contro il capoluogo campano, incapace di valorizzare i suoi artisti di talento. Per evitare l’equivoco, il Salvatore si firma “Esposito Salvatore NON Salvatore Esposito” e per la prima volta pubblica in copertina un primo piano di se stesso.

Anche questo disco viene sostanzialmente ignorato da tutti, tranne dall’anzidetto Salvatore Esposito, che recentemente affiliatosi al clan dei Lo Piparo individua nel Salvatore l’autore di Napule Napule e gli fa sapere tramite alcuni amici che il disco non gli è piaciuto, concetto che si traduce per l’artista in un soggiorno di 40 gg. presso il reparto Ortopedia del Policlinico Cardarelli.

Giunto al terzo album, con un numero di copie vendute inferiore a quello delle viti chirurgiche inserite nel suo femore sinistro, il Salvatore si sottopone ad una spietata autocritica. Al termine di una lunga riflessione, frutto della più severa autoanalisi, decide che il motivo del suo insuccesso è Napoli.

Città troppo legata a tradizioni superate e viziata da un malcostume diffuso. Non c’è più spazio nell’anima del Salvatore, per la capitale della pizza. Decide di abbandonarla una volta per tutte, e di emigrare in un luogo completamente diverso, dove la sua poetica si possa confrontare con sfondi nuovi e mai visti. Nasce così il suo quarto lavoro Addio per sempre Napule, un lacerante tributo alla sua città natale, vista con gli occhi dell’esule, imbevuti purtuttavia di una stucchevole retorica meridional campanilistica. Il disco esce sulle bancarelle il 25 dicembre, il giorno seguente Esposito Salvatore raduna le proprie cose, esce sdegnoso dal quartiere Sanità per non fare mai più ritorno, e si trasferisce a Salerno.

Raggiunge Salerno il 26 dicembre sera, risiede temporaneamente presso l’abitazione di un cugino, tale Libero Salvatore. Consuma la cena in compagnia della famiglia di lui, prima di addormentarsi chiede un foglio e una penna, come colpito da ispirazione improvvisa.

Il giorno dopo, 27 dicembre, registra il suo quinto disco Nostalgia ‘e Napule, accorato tributo alla sua città natale, vista con gli occhi di chi manca da troppo tempo.

Un album scritto da un cuore lontano da casa, che anela il ritorno, e nonostante la distanza dal luogo natio ha saputo conservare nel tempo una retorica meridional campanilistica di incomparabile stucchevolezza.

Indimenticabile la ballata Aggio ‘a turnà a Napule nel cui ritornello il Salvatore piange come un vitello sgozzato, sopraffatto da una commozione genuina, mentre elenca fra i singhiozzi le principali vedute della città.

Il 31 dicembre torna a Napoli, sotto mentite spoglie. Bacia il selciato di Piazza Plebiscito, e corre pazzo di gioia per le vie. Alle 23:30 viene travolto da una lavastoviglie che qualcuno ha gettato dall’ottavo piano. Un passante si accorge dell’accaduto e cerca di aiutarlo, chiama l’ospedale, ma con il pandemonio dei festeggiamenti, l’ambulanza arriva solo l’anno seguente.

Esposito Salvatore si spegne pochi minuti dopo. L’ultima cosa che ricorda è un passante che guarda la sua carta d’identità, mentre aspetta l’ambulanza. Legge ad alta voce il suo nome “Esposito Salvatore”, un altro chiede “Ma chi? O cantante? Chille ‘e Torre del Greco?” e fa in tempo a sussurrare le sue ultime parole: “In culo a sor’te”.

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